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Psicologia

24-10-2018

Attento a come ti parli, la tua mente resta sempre in ascolto

Quante volte abbiamo pensato "le parole feriscono" riferendoci a qualcosa detto da qualun altro?

Quando, invece, le parole sono quelle che rivolgiamo a noi stessi, la pensiamo allo stesso modo? Il linguaggio auto-diretto, quello che alimenta il nostro dialogo interno, ha conseguenze altrettanto importanti sul nostro benessere. Certe parole da sole, soprattutto quando sono ripetute, sono in grado di suscitare in noi sentimenti negativi e reazioni emotive forti (es. ansia, rabbia, tristezza)...

Non ce la farò mai, è impossibile. E se anche si potesse fare, sicuramente non ci riuscirò io che sono da sempre un fallito. Questo sarà l'ennesimo fallimento che si aggiunge all'infinita lista delle cose che sono andate storte nella mia vita".

Come vi sentite leggendo questa frase? Personalmente, mentre la scrivevo, ho immaginato la mia postura afflosciarsi sulla sedia e acciambellarsi intorno a un gigantesco senso di tristezza e frustrazione...

Questo accade perchè le parole, siano esse dette o anche solo pensate, hanno un immenso potere su di noi: possono esprimere fiducia, orgoglio, passione, gioia... ma possono altresì ferire, giudicare, bloccare, scoraggiare. Quando parole con queste connotazioni arrivano dagli altri, è più semplice comprenderne l’impatto negativo sul nostro umore. Siamo invece meno propensi ad analizzare le parole che rivolgiamo a noi stessi, che probabilmente hanno un impatto ancor maggiore.

 

Esistono parole che fanno più male di altre?

La risposta è sì, e due psicoterapeuti cognitivi americani, Smith e Elliott, le hanno raggruppate in quattro categorie.

Parole catastrofiche

Questo tipo di espressioni hanno la caratteristica di enfatizzare in modo estremo un avvenimento oppure una reazione emotiva, dandone una connotazione disastrosa e catastrofica. Ne sono un tipico esempio le parole come devastante, raccapricciante, terribile, irrimedibile, insopportabile, ecc..

Gli autori non suggeriscono, ovviamente, di cancellare tali parole dal nostro vocabolario: è indubbi che esistano, purtroppo, situazioni ed eventi realmente catastrofici e terribili (pensiamo, ad esempio, ad una catastrofe naturale, o alla morte di un bambino). Questi vocaboli, però, costituiscono un problema per il nostro benessere quando vengono usate di continuo o per descrivere situazioni che, a pensarci bene, sono soltanto fastidiose. Per fare un esempio concreto: restare in panne al ciglio della strada non è "terribile" o "un vero disastro".. è sicuramente spiacevole e sarà una gran seccatura trovare un passaggio per tornare a casa e un meccanico che ci ripari al più presto l'auto senza spennarci. Mi è capitato, avrei preferito che non fosse accaduto...a 40 km da casa e in piena estate... ma la soluzione c'è ed è solo fastidioso attivarsi per trovarla.

Parole "tutto o niente"

Quando una situazione viene descritta con i termini "tutto o niente" si perdono le infinite sfumature che stanno nel mezzo e che, nella maggior parte dei casi, costituiscono l'autentica realtà. Si tratta di una terminologia totalizzante che non lascia spazio alle alternativa, stimola la frustrazione e ci fa sentire in trappola. Appartengono a questa categoria termini come sempre, mai, zero, niente, eterno, assoluto, ecc..

Quante volte, anche a te, sarà capitato di dire "non me ne va mai bene una!". Frustrante, vero? Sappiamo entrambi che questa non è la verità.

Ordini ed etichette

I giudizi, le etichette e gli ordini non piacciono mai a chi li riceve, sei d'accordo? Allo stesso modo non possono farci bene quando li rivolgiamo a noi stessi.

Le etichette (es. fallito, stupido, incapace, cattivo, sbagliato, buffone, mostro, perdente, nullità..) esprimono un giudizio globale sulla persona, a volte sono introiettati dall’esterno ma spesso siamo noi stessi a trarre determinate conclusioni e a “vestirci” di quell’etichetta. Le parole che invece denotano ordini (es. devo, bisogna, è obbligatorio, voglio..) creano pretese assolute che incatenano e ci caricano di responsabilità e/o senso di colpa. 

"Sono veramente stupida" o "Guarda che idiota!" sono espressioni semplici da pronunciare, quasi spontanee a volte. Appiccicano un'etichetta enorme sulla persona a cui le rivolgiamo, basando il giudizio complessivo su un singolo avvenimento o comportamento che non abbiamo apprezzato.

Parole che vittimizzano

Le parole che vittimizzano si sovrappongono a volte con le etichette, sono demoralizzanti e scoraggiano. Spesso, chi fa un largo uso di queste parole, si sente sollevato dalla responsabilità di provare o prendere l’iniziativa per affrontare le difficoltà. Appartengono a questa categoria le espressioni come debole, impossibile, sensibile, esausto, inerme, inutile, incapace..

"Sai, non posso farci niente.. noi ansiosi siamo così sensibili" è una frase che ho sentito un'infinità di volte e che purtroppo tende a bloccare, non spinge verso un'azione ma costituisce una giustificazione al restare inerme di fronte ad una difficoltà.

 

Cosa fare?

Partiamo da una buona notizia, il dato di fatto è che se è vero che la nostra mente risente ( negativamente) dell'uso di queste parole, è anche vero che potrà risentire (positivamente) di un linguaggio più realistico. Attenzione, ho detto realistico e non positivo. La filosofia del "va tutto bene", "è tutto meraviglioso", "la vita è fantastica" non fa per me, la trovo poco realistica tanto quanto il suo corrispettivo negativo "la vita fa schifo".

Essere razionali non significa essere positivi a tutti i costi, non è vero che è tutto meraviglioso, quando mi si è fermata l'auto in mezzo alla strada non c'era niente di meraviglioso: gli altri automobilisti (lo so, devo stare attenta a non definirli "idioti") suonavano il clacson e urlavano di spostarsi.. cosa c'è di meraviglioso in tutto questo? La realtà dei fatti è che mi sono trovata in una situazione che avrei preferito evitare, che costituiva una gran rottura di scatole a fine Luglio ma che poteva essere risolta con qualche telefonata e un po' di attesa.

Tornando alle nostre parole, il primo passo è prendere consapevolezza delle parole che rivolgiamo a noi stessi: quanto spesso usiamo una di queste categorie? Un esercizio simpatico per aiutarti in questo è preparare un barattolo o un piccolo contenitore e buttarci dentro un sassolino, una moneta o qualsiasi altro piccolo oggetto ogni qualvolta ti accorgerai di dirne una. Più semplice e più praticabile, può essere invece annotarsi su un blocchetto ogni parola poco funzionale utilizzata o, ancora, contare mentalmente queste parole nel corso della giornata.  

Una volta individuate le parole non resta che modificarle e, col tempo, crederci davvero! Per poter agire sul nostro dialogo interno, rendendolo più realistico, è necessario analizzare la situazione così come appare nella realtà, cercando di essere più oggettivi possibili. Ai nostri occhi, se abbiamo usato ingiustamente parole totalizzanti, giudicanti o estreme, la realtà è sicuramente distorta. Guardiamola da un altro punto di vista, allora: ad esempio, se quelle stesse parole le avesse dette un vostro amico, come potreste aiutarlo a modificarle?

Descrivere ciò che è realmente accaduto non è un compito semplice, ma con un po’ di impegno e allenamento il compito sarà sempre più immediato e diventerà quasi automatico riconoscere le distorsioni per correggerle. I giudizi e le etichette si combattono considerando la situazione, il comportamento specifico o l’evento in sé, senza includere l’intera persona o situazione nel giudizio. Le doverizzazioni (obblighi), ove possibile, devono diventare desideri, piaceri e speranze.

 

Qualche esempio?

Una “persona insopportabile” può diventare "fastidiosa";

Un “disastro” può diventare una "situazione complicata";

Devastante” può diventare "stressante";

Non ce la farò mai”  può trasformarsi in "per il momento non ce l'ho fatta"

Sono un fallito” diventa "Questa volta non ci sono riuscito";

Devo” si trasforma in "mi piacerebbe" oppure "preferirei";

Sono un pauroso” può in realtà aver sostituito il più realistico "Mi fanno paura le cavallette e i luoghi bui".